Losar: il Capodanno tibetano e la saggezza del rinnovamento
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Ci sono celebrazioni che non fanno rumore. Che arrivano senza proclami, senza bagliori di fuochi artificiali, senza conto alla rovescia amplificato. Il Losar, il Capodanno tibetano, è una di queste. Si annuncia nell'odore del ginepro che brucia lentamente su un altare, nel suono di preghiere recitate al mattino presto, nella cura silenziosa con cui viene preparata ogni stanza di casa. È una delle feste più significative della cultura e del buddhismo tibetani, e la sua profondità parla a qualcosa che trascende le frontiere geografiche e culturali. Per chi cerca, nel ritmo a volte frenetico della vita contemporanea, un appiglio di senso e di quiete, il Losar offre una fonte di ispirazione straordinariamente attuale.
Le radici di Losar: una festa nata dalla memoria della terra
Le origini di Losar affondano in un tempo molto anteriore all'arrivo del buddhismo sull'altopiano tibetano. Nella tradizione pre-buddhista del Bön, le comunità di questa regione celebravano il passaggio dell'anno con rituali volti ad onorare gli spiriti locali, a garantire il favore delle forze naturali e a mantenere l'equilibrio tra il mondo umano e quello invisibile. Queste celebrazioni erano profondamente radicate nei cicli agricoli e stagionali, espressione di una lettura sensibile e partecipata del cosmo.
A partire dal settimo secolo, il buddhismo si diffonde progressivamente in Tibet. Invece di cancellare le pratiche preesistenti, le assorbe e le trasforma, arricchendole di una dimensione contemplativa e filosofica del tutto nuova. È da questo incontro che nasce il Losar nella forma che conosciamo oggi: una festa in cui le memorie sciamaniche e agricole convivono armoniosamente con gli insegnamenti del Buddha.
Il nome Losar è composto da due parole: Lo, che significa anno, e Sar, che significa nuovo. Ma questa semplicità racchiude una concezione del tempo di grande ricchezza. Il calendario tibetano è un sistema lunisolari, nato dall'incontro tra l'astronomia indiana e le osservazioni locali. A ogni anno è associato uno dei cinque elementi (legno, fuoco, terra, metallo, acqua) e uno dei dodici animali del ciclo astrologico. Queste corrispondenze non sono semplici ornamenti simbolici: riflettono una visione buddhista del mondo in cui il tempo, come ogni fenomeno, è intessuto di cause, effetti e karma.
La preparazione a Losar: il lavoro interiore del rinnovamento
Il Losar non inizia il giorno di Capodanno. Le settimane che lo precedono sono considerate altrettanto essenziali della celebrazione vera e propria. Questo periodo preparatorio è un tempo di purificazione a più livelli: materiale, energetico e spirituale.
Le case vengono pulite con cura, da cima a fondo. Gli oggetti rotti o non più necessari vengono messi da parte. Gli altari vengono spolverati, adornati di fiori freschi, rinnovati. Questo grande riordino esteriore rispecchia un processo interiore più profondo: si tratta di fare spazio, di liberarsi da ciò che appesantisce, di accostarsi al nuovo ciclo con leggerezza e apertura.
Parallelamente, vengono compiuti rituali di purificazione energetica. L'incenso tibetano, spesso composto da ginepro, sandalo e piante officinali, viene bruciato per chiarire l'atmosfera degli spazi di vita. Il fumo che sale è percepito come un veicolo di preghiere e intenzioni, un filo vivente che unisce il mondo ordinario e quello sacro. Accendere un bastoncino di incenso con piena attenzione può diventare, in sé, una forma di meditazione.
Sul piano personale, questo periodo invita a una riflessione sincera: cosa voglio portare con me nell'anno che viene? Quali abitudini desidero trasformare? Quali legami intendo rinnovare? Questo lavoro interiore non è esclusivo della cultura tibetana: tocca qualcosa di universalmente umano.
I quindici giorni di Losar: una celebrazione dai molti volti
Il Losar non è una festa di un solo giorno. Si dispiega tradizionalmente per quindici giorni, con i primi tre che concentrano la maggior parte delle cerimonie e dei rituali.
Il primo giorno, chiamato Lama Losar, è dedicato ai maestri spirituali e alle divinità. Nei monasteri si svolgono cerimonie puja, accompagnate dal canto profondo dei monaci e dal suono degli strumenti rituali. Nelle case, gli altari vengono preparati con particolare attenzione. Offerte fresche di frutta e cibi rituali vi vengono deposte, e il chemar bo occupa un posto d'onore al centro dello spazio sacro.
Il chemar bo è un recipiente rituale tradizionale, diviso in due scomparti. Uno è riempito di farina d'orzo tostata, il tsampa, alimento base del Tibet. L'altro contiene un misto di burro e zucchero. Spighe di cereali e delicate sculture di burro vi vengono spesso poggiate sopra. Questo oggetto bello e discreto è una preghiera tangibile per l'abbondanza e la prosperità: esprime gratitudine per ciò che nutre la vita e speranza per ciò che l'anno a venire porterà con sé.
Le bandiere di preghiera vengono rinnovate in questo periodo. Appese alle finestre, sui tetti o nei giardini, i loro cinque colori, blu, bianco, rosso, verde e giallo, rappresentano i cinque elementi. I mantra stampati su di esse vengono portati dal vento, diffondendo benedizioni a tutti gli esseri viventi. C'è in questa pratica una generosità silenziosa: le proprie preghiere non restano per sé soli, ma vengono offerte al mondo intero.
Il secondo giorno, Gyalpo Losar, appartiene alla comunità. Famiglie e amici si ritrovano, si condividono pasti festivi e ci si scambiano auguri. È anche il momento di offrire i khata, quelle sciarpe cerimoniali bianche o color crema che simboleggiano rispetto, benevolenza e benedizione. Un khata può essere posato su una statua, offerto a un insegnante o semplicemente appoggiato sulle spalle di una persona cara. La sua purezza e leggerezza dicono ciò che le parole non sempre sanno esprimere.
Il terzo giorno, Choe-kyong Losar, onora le divinità protettrici e gli spiriti locali. Nuove bandiere di preghiera vengono issate, l'incenso viene bruciato in luoghi elevati e sacri, e le intenzioni spirituali vengono rinnovate. È un giorno di gratitudine e protezione, in cui si chiede la rimozione degli ostacoli e il rafforzamento di tutto ciò che è buono e benefico.
Sapori, musica e danza: Losar nel corpo e nei sensi
Il Losar è anche una festa dei sensi. Il cibo vi svolge un ruolo centrale, a cominciare dal guthuk, una zuppa di tagliatelle preparata tradizionalmente la sera della vigilia. In questa zuppa sono nascosti piccoli gnocchi o oggetti dal significato simbolico: carbone per un cuore oscuro, lana per la generosità, sale per la pigrizia. Trovarli provoca risate e invita a una riflessione leggera su se stessi, uno specchio giocoso tenuto con affetto.
I khabse, biscotti fritti finemente modellati, e il dresil, riso dolce al burro con frutta secca, vengono preparati come offerte e condivisi con gli ospiti. Cucinare questi piatti con attenzione, offrirli generosamente: è una pratica di dono che nutre tanto il legame quanto il corpo.
Nei monasteri, le danze cham animano questi giorni di festa. I monaci, abbigliati con costumi sontuosi e maschere scolpite raffiguranti divinità e spiriti, eseguono queste danze rituali per scacciare le forze negative e invocare protezione e benedizioni. Anche per chi non conosce il dettaglio dei simbolismi, assistere a queste danze ha qualcosa di profondamente evocativo: una comunità intera che mette in scena le proprie storie più profonde nel movimento, nel colore e nel suono.
Il cuore spirituale di Losar: impermanenza e trasformazione
Nel profondo, il Losar è una festa buddhista, e il suo insegnamento più essenziale è uno dei cardini della filosofia del Buddha: l'impermanenza. L'anno appena trascorso è finito. Quello che sta per iniziare non è ancora arrivato. Esiste solo questo momento presente, con tutta la sua ricchezza e la sua incertezza.
La concezione tibetana del tempo non è lineare ma ciclica: una ruota che gira, portando con sé cause e conseguenze, schemi karmici e possibilità di trasformazione. Il Capodanno non è una lavagna magicamente cancellata, ma offre una preziosa occasione per riconoscere i pattern che portiamo, per scegliere consapevolmente quali rafforzare e quali lasciare dissolversi.
Molti praticanti approfittano del periodo di Losar per intensificare la meditazione, recitare mantra o immergersi nello studio dei testi sacri. Le statue di Buddha e Bodhisattva vengono onorate con cura speciale: pulite, adornate di offerte, contemplate come incarnazioni delle qualità che aspiriamo a coltivare in noi stessi. Sedersi qualche istante davanti a una statua, posarvi sopra un fiore fresco o semplicemente fermarsi in silenzio davanti a essa: è un gesto sobrio che può avere una risonanza inaspettata.
Cosa può offrirci Losar oggi
Per chi pratica la mindfulness, la meditazione o cerca più in generale di abitare la propria vita con maggiore presenza e intenzione, il Losar parla una lingua familiare. Ci invita a rallentare, a fare spazio, a prestare attenzione, ad essere onesti con noi stessi. A ritrovare le persone che contano e a marcare il passare del tempo non solo con la gioia, ma con la consapevolezza.
I rituali di Losar non richiedono preparativi straordinari. Accendere dell'incenso con piena attenzione. Appendere bandiere di preghiera con l'intenzione che i propri auguri raggiungano qualcuno oltre se stessi. Offrire un khata a una persona amata o rispettata. Disporre offerte fresche su un altare. Cucinare lentamente e condividere generosamente. Ognuno di questi gesti, compiuto con presenza piena, trascende la semplice abitudine per diventare pratica spirituale.
Il Losar ci ricorda anche che il rinnovamento non è passivo. Richiede una partecipazione attiva: il riordino, la riflessione, la riconciliazione, la formulazione di intenzioni chiare. Il nuovo anno non ci purifica da solo. Siamo noi a creare le condizioni della nostra trasformazione.
Rispetto autentico e impegno culturale consapevole
Una nota si impone qui, necessaria e sincera. La cultura tibetana non è un repertorio di oggetti decorativi o accessori di atmosfera. È una tradizione viva, plasmata da secoli di saggezza, devozione, dolore e resilienza. Quando accogliamo elementi di questa cultura nei nostri spazi o nelle nostre pratiche, è importante farlo con rispetto reale e con il desiderio genuino di capire, non di consumare.
Prendersi il tempo di comprendere il significato delle bandiere di preghiera prima di appenderle, capire cosa rappresenta un khata prima di offrirlo, conoscere il contesto rituale del chemar bo prima di collocarlo su un altare: sono gesti semplici di rispetto che approfondiscono il nostro rapporto con questi oggetti e con la cultura da cui provengono.
Tashi Delek. Che il nuovo anno porti chiarezza, calore e autentico benessere a tutti gli esseri.
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